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MESSA IN FORMA ESTETICA
Nella vita intrauterina, il feto percepisce i suoni attraverso il corpo: onde di compressione e rarefazione create dal liquido amniotico, sollecitano la pelle del piccolo che attua così un proto-apprendimento. Il corpo-pelle del bambino diventa corpo-pelle acustica, psico-socio-acustica e culturale dal momento che il feto ipoteticamente comincia a fantasticare e ad immaginare l’ambiente da cui permane il suono. Il suono quindi accende il desiderio di conoscenza per cui non è fine a sé stesso, la sua funzione è quella di provocare accensione d’anima si crea un circuito per cui il suono genera il desiderio e il desiderio viene soddisfatto dal suono.
Il desiderio così nasce nell’utero materno dove il bisogno è automaticamente soddisfatto, quindi il desiderio non ha come oggetto un bisogno concreto: il piccolo non ha fame, né sete, né freddo, né caldo è contenuto da un ambiente non costrittivo, al suo presente e al suo futuro sono rivolti i pensieri, le attenzioni, i desideri della coppia genitoriale. In questo stato il bambino non ha bisogno di nulla, raggiunge una omeostasi che porta a considerare il periodo della gestazione la prima esperienza estetica. Dopo la nascita l’ambiente cambia, nulla è come prima: il piccolo adesso respira, sente i morsi della fame, i confini si sono allargati, il contatto con la biancheria non è sempre piacevole come quello con il liquido amniotico, il suono non è più costante, compare il silenzio. Una sola cosa non cambia: è la voce della madre, che dice parole non capite, che rappresenta una assenza, quella del mondo prenatale, il “paradiso perduto”. Il suono però se da un lato riporta al senso di perdita, dall’altro ne celebra il superamento attraverso il ritrovamento, sul piano simbolico, di ciò che l’uomo ha perso realmente. La funzione del suono allora è duplice: da un lato consente all’individuo di affrancarsi dalla dipendenza, facendogli rivivere la perdita; dall’altro, attuando la sua funzione simbolica lo sostiene di fronte al lutto, permettendogli di collegarsi a ciò che non ha più. Quando il bambino viene preso in braccio al momento della poppata e appoggia la testa sul seno della madre, riascolta il ritmo del battito cardiaco udito durante i 9 mesi di gravidanza, arrivando persino ad adeguare a questo il ritmo della suzione. Frattanto viene nutrito, contenuto fisicamente e mentalmente; il suo sguardo è rivolto al viso della madre, così come lo sguardo di questa è rivolto a lui. Tutti i canali sensoriali sono collegati con l’oggetto e il volto materno viene collegato a questa esperienza gratificante e assume in sé i connotati della bellezza. Questo ci fa comprendere il senso di ciò che ci viene indicato come esperienza estetica. Nell’M.D.T. la tecnica è centrata sull’ascolto empatico, sensibile, poetico; è un ascolto attento, rivolto sia all’altro sia a come e a che cosa la conoscenza dell’altro muove in me. Sull’ascolto è basato il progetto riabilitativo che va condiviso con il paziente a partire dalla sua proposta, sulla quale viene agita la controproposta. Questo scambio permette di avviare un processo relazionale a orientamento fenomenologico. Il rapporto paziente/operatore rispecchia il rapporto sé/mondo; l’essere-nel-mondo parla di due entità da considerare non in maniera isolata e indipendente: l’individuo è parte del mondo e il mondo si adatta all’individuo; insieme costituiscono una unità. Il tipo di conoscenza estetica che viene raggiunta attraverso l’ascolto porta ad un cambiamento: il rapporto fisico, corporeo con la realtà produce nuovo pensiero, una risignificazione del rapporto sé/mondo. «La conoscenza significante prende forma da come guardiamo il mondo, da come questo ci guarda e dal che cosa e come ci lasciamo guardare» (Lorenzetti 1997). Questa forma di conoscenza viene attuata nella reciprocità, attivando quella «tensione verso la conoscenza e la vita che procura uno stato della mente, del corpo, dell’incontro con l’altro in una condizione amante» (Lorenzetti 1997).
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