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L'ascolto del non detto

 

Per A. Di Benedetto le forme d’arte hanno una duplice funzione: da una parte dirigono l’uomo verso se stesso, dall’altra lo portano verso l’alterità, la partecipazione e la condivisione. Di Benedetto paragona l’ascolto dell’opera d’arte a quello del paziente, mettendo in risalto il ruolo fondamentale dell’interprete/operatore. Cercando di dare una “buona risposta”, il terapista  attua una  modalità  che tende a valorizzare l’agito del paziente, in modo tale che questi, assemblando le esperienze vissute nel setting, riesca a ricostituire i significanti che lo potranno condurre verso il significato: prima esperienza estetica.  Nell’ambito della relazione, l’operatore, per mezzo dell’ascolto empatico e della reverie, accogliendo la libera espressività del paziente, trasforma il caos emotivo originario e inconsapevole in prodotto pensabile che, successivamente, diviene comunicazione. L’inconscio è in origine “muto”, per renderlo loquace, l’operatore, mediante un ascolto attento, gli presta il linguaggio delle forme d’arte (il suono). L’arte è in grado di evocare emozioni inconsce; la conoscenza intuitiva generata dall’esperienza estetica fornisce visioni del mondo interno che preludono alla possibilità di attivare funzioni cognitive. Questo tipo di esperienza si realizza non soltanto attraverso il contenuto ma soprattutto attraverso la forma. L’operatore dà al paziente la possibilità di osservare da nuovi punti di vista, attivati dalla sensibilità estetica presente in ogni uomo; questa viene risvegliata dal suono, dal colore, dalle immagini, prodotti ed evocati nel processo relazionale. Suono, colore, immagini sono inizialmente significanti vuoti, che si riempiono di contenuto pensabile grazie al ruolo assunto dall’operatore nel processo comunicativo. Grazie all’ausilio delle arti, il paziente ha così l’occasione di ascoltare, riconoscere e significare alcune parti inesplorate di sé.


 

 

 

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