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La Proiezione


 
 

La proiezione, secondo la psicoanalisi, è un processo psichico che consiste nell’attribuire ad altri, negandoli come propri, sentimenti spiacevoli. Spesso si verifica che l’individuo cerca di spiegare gli atti e le intenzioni degli altri attraverso le proprie motivazioni. Così facendo, egli proietta sugli altri il proprio pensiero e, di conseguenza, interpreta in modo distorto le loro azioni e intenzioni. Nella vita quotidiana ci può capitare di provare nei confronti di una persona sentimenti negativi che riusciamo in qualche  modo a giustificare perché crediamo di individuare nell’altro qualcosa di spiacevole ma che, in realtà, può essere quella parte di noi che odiamo. In questo caso possiamo dire che abbiamo proiettato sull’altro la causa del nostro malessere, che generalmente appartiene al nostro mondo interno.

      Il transfert riguarda le proiezioni che un individuo attua nei confronti di qualcuno cui attribuisce una certa autorevolezza. Secondo Freud, nel transfert il paziente sposta sul terapeuta dei conflitti, derivanti in genere da esperienze vissute da piccolo, con i familiari e in particolare con il padre. Il transfert può essere positivo o negativo in base al sentimento, affettuoso o ostile, che si prova.

      Melanie Klein ritiene che nel transfert si manifestano le relazioni oggettuali instaurate nei primissimi anni di vita, che il paziente non può ricordare ma che possono essere ricostruite dalle relazioni di transfert dello stesso .
      Freud considerava il transfert come un qualsiasi altro sintomo che, in un primo momento, pensava fosse di ostacolo alla normale relazione terapeutica e di cui, in un secondo momento, coglieva l’aspetto positivo.

      Per Jung il transfert è il fenomeno più ampio della proiezione ed ha la sua radice “in un inconscio attivato che ha bisogno di esprimersi. L’intensità del transfert è proporzionale alla significatività del contenuto proiettato…”.
Si possono trasferire sentimenti, emozioni, vissuti che possono essere amichevoli, affettuosi, entusiasti, fiduciosi  (transfert positivo).

Si possono trasferire anche sentimenti ostili, aggressivi, di odio o diffidenza (transfert negativo).
Il transfert può ricoprire un ruolo fondamentale in terapia come nella vita e può assumere diversi aspetti, potendo toccare ogni cosa che collega l’amore all’ostilità. Durante un percorso terapeutico si viene a stabilire un rapporto particolare tra paziente e terapeuta: il paziente si accorge che qualcosa sta cambiando, si rende conto di vivere  una  situazione  affettiva

 

che sembra non avere niente a che fare con i motivi che l’hanno portato in terapia. Ciò deriva dal rapporto che si è venuto a creare tra lui e il terapeuta, il quale è diventato il centro della vita emotiva e affettiva del paziente. Non di rado, l’operatore si sente dire:

Dottore, il suo studio è l’unico posto in cui riesco a  prendermi cura di me; non vedevo l’ora che arrivasse la seduta..

Qui mi sento al sicuro..

Se lei mi abbandona mi sento perduto ..

Solo da lei non vengo giudicato..

Non mi piace la sua calma..

Vorrei che lei  si arrabbiasse, non fosse come un oracolo per me ..

Ho sempre paura che qualcuno possa bussare alla porta e che ci possa interrompere..

       L’operatore  sa che i sentimenti del transfert non sono diretti alla sua persona, che non è lui a essere amato o odiato ma chi egli rappresenta. Grazie a questi meccanismi si fa un’idea dello stato emotivo del paziente, del suo mondo interno e delle pratiche che mette in atto per difendersi contro la paura o contro la vita stessa.

        Nel setting il paziente si mostra com’è, come suppone di essere o come vorrebbe essere, poiché emergono strati profondi della sua personalità,  desideri,  paure di cui non sospetta l’esistenza.

      L’idealizzazione dell’operatore risponde ad almeno due esigenze inconsce: da un lato il paziente si sente rassicurato e si consegna fiduciosamente alla persona da cui può essere salvato; dall’altro, si predispone all’aggressività nei confronti della persona dalla quale si sente dipendente.

       La sopravvalutazione dell’oggetto d’amore può comportare, nel paziente, la svalutazione dell’immagine di sé.

È comprensibile che una visione di sé frustrante faccia nascere e lievitare, accanto all’amore, il segreto bisogno di distruggere la prova vivente della propria pochezza. Si tratta della riattualizzazione di esperienze emotive passate.

       Restituire al paziente ciò che agisce serve a farlo riappropriare delle proprie modalità espressive, che potranno essere così utilizzate consapevolmente nella comunicazione.

La  finalità  dell’ intervento  è  l’integrazione  del  paziente  ai

diversi livelli  affinché, col passare del tempo, questi acquisisca la capacità di instaurare legami significativi anche all’esterno e possa migliorare la qualità della sua esistenza.

 


 

 

 

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